Della diminutio culturale della Befana

Della diminutio culturale della Befana

In questi giorni è in sala un grazioso film italiano, che con una certa dose di intraprendenza percorre il sentiero ormai dimenticato del cinema per ragazzi. S’intitola La Befana vien di notte e vede Paola Cortellesi nei panni di un’intraprendente maestra delle elementari che di notte si trasforma nella vecchina che porta i dolci e il carbone il 6 gennaio.

L’obiettivo vuole essere svecchiare la figura della tradizione in chiave comica e femminista, senza rinunciare alla lievità del cinema per ragazzi. In fondo però cosa c’è di più emblematico del mito della Befana per fotografare il disagio con cui l’Italia si rapporta da sempre a figure femminili di forte successo e indipendenza?

La tradizione ci racconta di una donna vecchia, brutta, dal vestiario trasandato e col fazzolettone (e non il cappello da strega, attenzione!) calato sui capelli. Persino le scarpe sono rotte, e nemmeno la scopa di saggina è tanto nuova. Non è difficile immaginare un telefono senza fili che trasforma in iconografia certi commenti sprezzanti a quante tra le donne decidono di non adeguarsi allo standard calato dalla metà del cielo dominante; quello che se proprio vuoi cimentarti nel mondo del lavoro, almeno vedi di essere piacente, ben truccata e pettinata, desiderabile ma castigata il giusto (in un equilibrio spesso impossibile) per farti prendere sul serio.

Babbo Natale è un simpatico signore che nessuno si azzarderebbe a definire grasso e pigro, nonostante il costume ereditato dalla celebre pubblicità d’inizio secolo tiri un po’ sulla pancia e sia generosamente riempito in ogni sua parte. Lui gira con una slitta super accessoriata e con il giusto corredo di cavalli, pardon renne. Ha una miriade di aiutanti, gli elfi, non si sa bene se assunti a tempo determinato o eterni stagisti che fanno i pacchetti per i bambini tutto l’anno, sognando una stabilità economica lontana.

La Befana invece fa tutto da sola, perché per affermarsi nel mondo del lavoro alle donne spesso non basta fare tanto quanto i colleghi maschi, ma bisogna sempre dare quel qualcosa in più. Il multitasking lo pratica da secoli, organizzandosi per bene per giudicare l’operato dei bambini a fine anno, riempiendo calze e calzette, scorrazzando sulla sua utilitaria e già che c’è, portandosi via tutte le festività natalizie. Veloce, efficiente, pragmatica, totalmente cruelty free e, siamo pronti a scommetterci, attenta a lasciare un po’ di carbone per non pesare troppo sulla glicemia. Mai un filo di grasso di troppo, pur essendo circondata di dolci tutto l’anno.

Eppure chi è la grande star delle feste natalizie, che campeggia sui sacchetti, nelle vetrine, nelle pubblicità e persino calato dai balconi con il fare atletico dei migliori stunt-man? Lui, Babbo Natale. Perché la tradizione dell’Epifania rispecchia in tutto e per tutto la realtà quotidiana, in cui le donne di valore fanno tanto e più degli uomini, eppure vengono illuminate appena dalle luci della ribalta. E quando avviene, vengono sempre apostrofate così: come vecchie befane.

Elisa Giudici

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